Non food: nel periodo 2007-2016 Grandi superfici specializzate e catene sfiorano il +6%

Nel decennio 2007-2016, in Italia i consumi non food sono diminuiti di circa il 10% passando da 114 miliardi di euro del 2007 a 102,5 miliardi di euro. È quanto emerge dalla 15° edizione dell’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, il cui obiettivo è monitorare l’andamento delle principali categorie merceologiche non alimentari (beni durevoli e semidurevoli), escludendo la valorizzazione dei servizi ad essi collegati, come da dati dell’Istituto statistico nazionale.

Nel mercato del non food, il primo comparto di riferimento è quello del tessile (abbigliamento, calzature e tessile). Nonostante i cali registrati nel decennio considerato, con una quota del 25%, questo settore mantiene la leadership nell’ambito del non food. Nel periodo 2007-2016, il tessile infatti è passato da un fatturato di circa 35 miliardi di euro, a 26 miliardi del 2016 (circa un quarto in meno).

Secondo l’Osservatorio questo andamento si spiega soprattutto con un modo diverso di concepire la moda e di relazionarsi con lo shopping da parte del consumatore finale. Il decennio, infatti, ha visto il boom del fast fashion, ossia la moda accessibile per tutti e in tempi rapidi.

L’Osservatorio punta i riflettori anche sulle evoluzioni dei canali distributivi. Nel decennio considerato dallo studio, nel non food la presenza di Grandi superfici specializzate e catene (GSS) ha registrato un incremento del 5,7%, raggiungendo una numerica stimata di quasi 30mila punti vendita. Nell’ambito del non food, vi sono alcuni settori che nel decennio sono diventati appannaggio del canale GSS: esemplificativo è ancora una volta il comparto dell’abbigliamento e delle calzature dove le Grandi superficie specializzate e le catene sono passate da una market share del 32,9% al 46,9%. Seguono gli articoli per lo sport (dal 38,9% al 56,6%), gli elettrodomestici bruni (dal 52,4% al 60,4%) e quelli bianchi (dal 29,0% al 36,2%).

Per quel che riguarda l’e-commerce, l’Osservatorio mostra che nel mercato dell’abbigliamento le vendite online hanno portato la loro quota dal 2,6% del 2013 al 5,8% del 2016. Parlare di Internet significa anche soffermarsi sui social network: lo scorso anno quasi il 90% delle aziende della distribuzione non food gestisce un profilo ufficiale in lingua italiana su Facebook e il 50% su Twitter, scelte che evidenziano la necessità di confrontarsi quotidianamente con i propri follower e fan. La diffusione del commercio elettronico ha dato vita a un nuovo paradigma nell’ambito della distribuzione: l’omnichannel, che ha superato il precedente concetto di multichannel poiché punta a integrare (e non più solo affiancare) i canali fisici (punti vendita, show room, ecc.) e i canali digitali (e-commerce, mobile promotion, ecc.). È infatti cambiato il processo di acquisto del consumatore: nella shopping experience rientrano oramai a pieno titolo la comparazione e la valutazione dei prodotti, delle offerte e dei servizi aggiuntivi, utilizzando i canali online e nello specifico, sempre più spesso, quelli in mobilità.

Infine, il decennio 2007-2016 ha visto diminuire nelle aree urbane l’appeal delle zone centrali: sebbene nei centri storici e nelle vie principali si concentrino al 2016 il 46,6% delle attività commerciali, il dato era del 54,9% nel 2007. Cresce invece l’interesse verso i centri commerciali dove attualmente si trova il 36,8% delle attività commerciali, contro il 30% del 2007. Anche la formula del parco commerciale sembra vincente con una quota del 6,2% contro il 3% del 2007.

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